illusione e verità

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miraggio

 

PENSIERI SU ILLUSIONE E VERITÀ.

 

Alla prima domanda se esiste davvero una verità che possa identificarsi con qualcosa di completamente indipendente da noi ha già risposto la moderna fisica dicendoci che il semplice atto di osservare e la presenza di un osservatore modifica profondamente lo stato di ciò che viene osservato.

Ciò è dimostrato nel piccolo della realtà subatomica ma, come sappiamo, ciò che può essere identificato in una dimensione ha delle sue assonanze, armonie, anche nelle altre.

Quindi la verità, intesa come qualcosa di esterno a noi ed indipendente da noi che viviamo una data esperienza, non è raggiungibile poiché tutto interagisce con noi ricevendone una modificazione.

Per quanto riguarda, quindi, ciò che noi possiamo chiamare verità, cosa ognuno di noi può identificare come verità, si può quindi al più parlare di qualcosa di relativo che è inestricabilmente connesso con il singolo.

Se ognuno di noi modifica l'osservato e di rimando da questo riceve informazioni, ogni singolo osservatore contribuisce al flusso in costante cambiamento che si manifesta in quanto sperimentiamo.

In questa premessa dove si nega l'esistenza di un qualche stato, regola, situazione che possa dirsi identica per due persone diverse, capiamo come tutti i riferimenti che abbiamo nella nostra educazione ed abitudine a riguardo di “ciò che si deve fare per avere successo, gioia ed amore” cadono miseramente.

Quanto detto è anche un elemento che potrebbe spiegare il perchè di un “non funzionamento” per noi di qualcosa che per altri è efficace: la medesima “cura” guarisce uno ed uccide l'altro.

 

Poiché l'osservatore della nostra vita è costituito da quella profondità in noi che ci ha sempre accompagnato e sempre ci accompagnerà, le nostre vite sono profondamente diverse e non giudicabili.

Fare un raffronto tra un certo tipo di esperienza ed un altro, una certa scelta ed un altra, un certo modo di essere ed un altro è sempre una operazione che ha un sé il grande errore di non considerare pienamente ciò che tentiamo di giudicare.

Questa non pienezza risente proprio del fatto che tutto è n questa costante trasformazione ed il personale punto di vista è necessariamente parziale rispetto a quello altrui.

Qualsiasi giudizio venga espresso, esso deve essere costantemente riformulato, aggiornato e non cristallizzato.

Il giudizio può muoversi verso l'indicazione, al più, di ciò che sia opportuno o meno all'interno di un certo sistema, del quale facciano parte il giudicato ed il giudicante.

Significa che in un gruppo di lavoro o sociale di altro genere, giudicare la non opportunità di una determinata azione, dichiarazione, atteggiamento lo si può compiere con il fine di una ottimizzazione della relazione tra le parti ma non per etichettare l'essere dell'altro e per definire regole immodificabili.

Nella nostra cultura è evidente questo nella rapidità dei costumi sociali, nei rapporti lavorativi e nelle attitudini che vengono espresse in tutti gli ambiti culturali che hanno creato diverse forme di rappresentazione del “bello”.

Molte opere d'arte moderna se osservate con gli occhi di un gusto diverso, per epoca storica o riferimenti culturali, potrebbero non dare alcuna emozione o significato.

Il concentrarsi sull'opportunità è, quindi, un giudicare pratico e fluido che non crea un giudizio delimitante, di cui tutti abbiamo esperienza, sulla persona, sul suo modo di essere e sulla sua essenza.

Questo secondo tipo di giudizio crea una separazione con gli altri di una tale profondità che ci rinchiude in una prigione fatta di incomprensione e violenza, compiuta e subita.

In una società giudicante si parla di tolleranza ma in un modo che non sempre permette di centrare il punto del valore che ognuno di noi possiede ed esprime.

La sopportazione dell'altro, che abbiamo giudicato sbagliato, compiuta a seguito di un precetto morale se evita comportamenti espressi, che siano di lotta, in realtà alimenta la lotta sotterranea ed invisibile che risulta molto più pericolosa e dannosa per l'intera società: è una lotta mascherata, in ombra e terribilmente spietata.

In una società non giudicante, il concetto di tolleranza perde di senso.

Tutto il sistema giudicante, interiore alle persone e sociale che conduce ad usare etichette e categorie rigide, è il frutto di una grande illusione e cioè nella non comprensione di questa fluidità e valore interiore del singolo: si tende ad evidenziare, punire o premiare solo gli aspetti esteriori percepiti.

Chiarisco che anche la presunta osservazione di tratti caratteriali che l'altro possiede è una visione parziale: qualsiasi elemento che si offra alla nostra percezione, viene deformato dall'atto di percezione stesso e dai filtri interiori attivi nel momento della percezione.

Quindi si apre il problema se la percezione umana sia sempre inefficace, inappropriata e necessariamente fonte di errore.

Posso affermare che la percezione ha in un sé una dose di approssimazione, a causa di tutti gli svariati elementi che entrano nel processo di percepire qualcosa che sembra differente ed esterno a noi.

Nel guardare una persona, i suoi comportamenti, le sue scelte ognuno di noi applica una serie di parametri di riferimento di base che sono propri della nostra personale esperienza.

Per farvi un esempio di quanto possano essere parziali ed allo stesso tempo fluidi questi parametri, immaginate quando visitiamo una differente cultura e ci ci stupiamo di ciò che guardiamo: inizialmente tutto ci sembra estraneo e sbagliato.

Pian piano che frequentiamo quella cultura ed acquisiamo altri parametri di riferimento, tutto diviene armonioso e comprensibile.

Questa incomprensione accade per ognuno che si trovi a rapportarsi con un altro: noi vediamo solo la parte di lui che emerge attraverso i suoi filtri espressivi ed i nostri filtri percettivi.

I filtri, come tante volte ho scritto, risiedono a tutti i livelli del nostro sistema: emozionali e mentali, frutto della cultura e del condizionamento, ma anche innati come espressione di nostre predisposizioni.

 

Quindi se consideriamo che l'osservare modifica l'osservato, seppur questo non sia facilmente percepibile nei rapporti tra le persone, e lo stesso atto di osservazione risente di questi filtri possiamo concludere nella impossibilità di avere una visione oggettiva ed imparziale di qualcosa all'interno della nostra realtà.

La modifica avviene sia a livello interiore dell'osservatore che esteriore in quanto cambia la realtà osservata: risulta davvero difficile pensare ad una qualche realtà statica!

 

LA VERITÀ NON ESISTE MA ESISTE LA PERSONALE VERITÀ.

 

Certo chi ha basato la propria vita sulla concezione che “ciò che vede e sperimenta sia vero” non accetterà facilmente questo approccio ma posso dire che sarà la vita stessa a mostrare questo limite personale.

La ricerca di una verità ed il pensare che esista una verità è, in definitiva, una delle vere radici dei conflitti di ogni tipo.

In alcuni insegnamenti si parla di compassione come una via per superare questi conflitti.

La compassione, intesa come compartecipazione alla natura dell'altro, che può avvenire non sul piano mentale o emozionale ma su uno più profondo, può in effetti essere un supporto per un atteggiamento che non sia conflittuale e giudicante.

Non è semplice raggiungere questo livello di compassione perchè se non si approfondisce la propria natura, non si riesce ad esplorare ciò che dell'altro è percepibile ad un livello tale da riconoscersi.

La completa comprensione dell'altro, un vero e proprio universo, risulta non fattibile attraverso qualsiasi tipo di approccio esistente ora.

Vi può essere, però, un livello del sentire, del percepire interiore, che può far risuonare alcune profondità dell'altro con le nostre.

In questo senso non si tratterà più della percezione dell'altro ma della propria auto-percezione che ci avvisa e ci comunica di cosa risuoni in noi grazie all'altro.

Per questo processo indiretto è possibile entrare ad un livello più profondo.

 

Alcuni affermano che siamo identici nell'essenza ma questo è discutibile poiché non riusciamo ad arrivare a quella dimensione di unione che esiste, nella consapevolezza, ad un livello molto profondo e lontano dalla consapevolezza ordinaria.

Questo tipo di ricerca (la ricerca dell'Unità), se fatta volontariamente, può anche condurre a vere e proprie trappole perchè, anche nella meditazione, toccando stati interiori molto particolari potremmo collegare a questi il raggiungimento dell'Unità, ma molto spesso, questo può essere un collegamento artificiale e costruito dalla mente che brama raggiungere dei risultati.

Ritengo l'Unità sperimentabile ma sospetto anche che questa esperienza sia molto diversa da quella che ci rappresentiamo mentalmente.

 

Per tornare alla risonanza, un fenomeno che nella fisica è conosciuta nel campo del suono e che noi ora usiamo in questo altro ambito a titolo esemplificativo, è quella sensazione interiore che ci fa riconoscere nell'altro.

A questo punto abbiamo superato alcuni filtri e, grazie alla percezione di noi stessi nella quale riusciamo ad entrare in maggiore profondità, possiamo toccare alcuni aspetti dell'altro.

Ma così come un ramo di un albero potrebbe, con la propria percezione e per fornire una metafora, percepire la congiunzione tra la sua origine, il tronco ed attraverso questo l'origine dell'altro ramo, noi possiamo percepire aspetti dell'altro grazie ad un livello al quale siamo collegati.

Poter però conoscere tutto l'altro ramo, sino all'ultima foglia, rimane non accessibile perchè non vi è mai una perfetta identità, a causa degli infiniti fattori che sembrano plasmare ogni individualità.

Quindi potremo certamente percepire che siamo parti di un medesimo albero e vivere la fratellanza ma, come fratelli pur gemelli, ognuno ha una propria unicità.

E' un altro esempio, questo, della impossibilità di conoscere l'altro pienamente.

 

L'ALBERO DELLE UNICITA'

 

L'immagine dell'albero mi piace perchè ci può aiutare a visualizzare alcune dinamiche.

Se quindi ci pensiamo come singoli rami nell'immenso albero dell'umanità, possiamo capire che in effetti condividiamo assieme il tronco che porta ad ognuno nutrimento, sostegno, protezione e che ci pone in comunicazione profonda.

Non vi è una identità tra un ramo e l'altro ma se il ramo espande la propria consapevolezza a tutto l'albero, potrà percepire anche gli altri rami.

Questa percezione però non potrà dirsi totale a causa delle limitazioni di percezione che possono essere una eredità dell'essere uno specifico ramo.

Il lavoro che svolgiamo come consapevolezza è proprio di trasformare questi limiti affinchè possiamo avere una percezione più piena quando ci spostiamo a livello di consapevolezza collettiva.

Poiché siamo tutti connessi tramite il tronco, il lavoro individuale di ogni ramo è utile a tutto l'albero ed influenza l'andamento di tutto l'albero.

 

Vi apro una porta di espansione pensando che siamo in un grande bosco, nel quale gli alberi comunicano tra di loro in un sistema collettivo: estendete l'esempio dell'albero dell'umanità ad altri alberi che riuscite ad immaginare e potrete intravedere un disegno davvero complesso e meraviglioso.

In questo bosco, dove esistono tantissimi alberi, possiamo affermare che noi siamo rami dell'albero delle unicità che interagiscono in sistema davvero grandioso.

Ecco che il vero, il giusto, il corretto sono riferimenti di giudizio che possono accompagnarci per un po' ma possono causare una vera e propria malattia all'interno dell'albero ed una grande lotta interiore.

La ricerca però di uno stato non giudicante non passa attraverso la negazione della propria individualità perchè questo tipo di sperimentazione non può procedere per molto: negare la propria individualità significa creare un conflitto interiore di una tale potenza che finirà per distruggere il sistema che impone questo approccio.

Stiamo imparando ad essere Unici nell'Unico, un gioco di parole che descrive il nostro contributo unico, la nostra personale verità, in relazione ad un sistema di relazioni e connessioni all'interno di una più ampia unicità, quella umana nel suo complesso.

 

IL VERO E LE VERITA'

 

Ecco che ho cercato di offrire alcuni elementi che mi portano ad affermare che una verità non esista e che non possa essere percepita a livello di consapevolezza che viviamo,anche la più evoluta.

Questa evoluzione potrà permettere di estendersi nell'albero e persino in alberi vicini ma pensare di possedere il totale è un grande fraintendimento.

La conoscenza di questo totale ci impegnerà in vario modo ma supporre che lo si possa afferrare nella nostra vita, di cui abbiamo percezione, è una grande illusione.

L'illusione nasce dal piano mentale, nel quale io faccio confluire anche tutta la sfera emozionale, e da questo genera conseguenze in tutti gli ambiti della vita personale.

L'illusione è legata all'aspettativa che noi nutriamo verso certe persone, come si comporteranno, certe dinamiche sociali e cosa esse genereranno, persino dinamiche naturali e come esser si svilupperanno.

La mente attraverso il ricordo ci mette a disposizione dati su ciò che è stato nel passato e noi usiamo questi per poter indirizzare le nostre scelte presenti.

E' un sistema che in molti casi ci aiuta ma se non è unito a capacità di rinnovamento, ci chiude in un flusso di comportamento robotizzato.

Si nega la propria umanità, cioè, sacrificandola sull'altare di una falsa sicurezza che tutto sia comprensibile e prevedibile e che, se non lo è ancora, questo è espressione di una mancata conoscenza ed acquisizione di informazioni.

Questo schema che è profondamente inserito in noi ci impedisce di attingere alla conoscenza universale e collettiva e, per tornare all'esempio dell'albero, estendere la nostra consapevolezza al tronco dove, tramite ciò che noi chiamiamo intuizione, poter attingere informazioni dagli altri e da altro: gli alberi sono connessi tra loro tramite le radici e comunicano anche tramite il vento.

Se però ci limitiamo nella concezione che dobbiamo conoscere qualcosa attraverso il sistema mentale, ci chiudiamo nella nostra sfera personale che offre una immagine di ciò che ci circonda deformata e deformante, impedendoci di compiere un salto di comprensione più ampio.

Quindi l'illusione è frutto del processo mentale che dal passato cerca di prevedere il futuro e che, una volta immaginato, ci condiziona il presente in funzione dei nostri giudizi su ciò che sia opportuno o meno per ognuno di noi.

 

Ripeto: il passato non potrà descriverci il futuro perchè la percezione del passato è limitata dai nostri filtri; noi giudichiamo opportuna un comportamento ed una scelta in funzione di una visione distorta e limitata di noi e della realtà; tutto questo flusso di pensieri è relegato nel complesso mente-emozioni che per sua natura non racchiude tutte le capacità umane.

 

Crolla il mito della grandezza del pensiero umano grazie proprio al frutto più alto di questo strumento: la fisica e l'osservazione della materia sub-atomica.

Non ci stupiamo, quindi, se tutti ora parlano di fisica quantistica: siamo affascinati dalle porte che sono state aperte, nella nostra consapevolezza, da quelli che sono principi che ci toccano profondamente ed in maniera rivoluzionaria.

Il vero, quindi, è inaccessibile dal mentale e le verità mentali che possiamo descrivere sono unicamente quelle personali.

Se questo si acquisisce, la necessità di dimostrare di aver ragione cade all'origine: tutti hanno ragione e torto contemporaneamente, a seconda del punto di vista.

Se eliminiamo il giudizio che ci fa esprimere “io ho ragione e lui ha torto”, ci muoviamo in maniera più agile tra il nostro ramo, il tronco e l'osservazione di ciò che ci collega agli altri rami.

Questa è la risonanza, parola che esprime un fenomeno fisico nello studio del suono ma che adatto ai nostri scopi.

 

RISUONARE CON LE VERITA'

 

Se quindi abbiamo superato il presupposto che la verità è conoscibile intellettualmente, come fare per orientarci nelle scelte?

Se togliamo importanza al processo mentale di previsione è necessario operare una sostituzione, in qualche modo, affinchè possiamo comunque operare la scelta che ci si presenta nella vita.

Qui di apre la via ad una inclusione di altre facoltà ed aspetti dell'essere umano all'interno del meccanismo di scelta consapevole.

Non potendo scegliere “con il lancio di una moneta”, dove attingere la spinta a compiere un'azione piuttosto che un'altra?

Se immaginiamo l'illusione come prodotto della mente,come riconoscere se un certo obiettivo sia falsato da condizionamenti ed errate percezioni o quanto una espressione del nostro essere più profondo?

Quando operiamo delle scelte e non ne siamo poi soddisfatti, indubbiamente ci troviamo di fronte ad una delusione generata da una erronea percezione dell'importanza di quell'obiettivo.

Questo tipo di percezione, però, emerge dopo aver compiuto un'azione e quindi non ci aiuta nel momento della scelta.

Ci accorgiamo di non aver preso la via giusta solo dopo che l'abbiamo percorsa e, spesso, per un lungo tratto!

Suggerisco che sia l'ascolto interiore dei messaggi che emergono in noi, quanto anche la risonanza che avviene quando “riconosciamo” qualcosa in un'altra persona, ci possono dare quei messaggi e quelle indicazioni di cui abbiamo bisogno.

 

Per fare un esempio, se siamo di fronte ad un incrocio non andremo a scegliere quello che dalla mappa risulta la via più facile quanto piuttosto quella che siamo portati a scegliere da un impulso interiore profondo.

Qui mi si potrebbe obiettare che si corre il rischio di perdere tempo e non raggiungere la meta ma mi domando se quella meta è davvero a noi necessaria? E se la scelta non efficiente in termini di tempo di percorrenza poi sia quella che mi apre a nuovi potenziali non immaginati e che siano più favorevoli?

Per poter inserire una modalità di scelta che si basi su questo sentire interiore serve una grande fiducia in sé stessi e nella dinamica di saggezza che si muove in noi.

Qui mi piace ricordare che il nostro sistema inconscio è un formidabile strumento di elaborazione e gestione delle informazioni, ben più ampio del sistema conscio.

E se in questa sistema che si estende sotto la superficie della coscienza confluissero tutte quelle informazioni che derivino dal tronco, nell'esempio che abbiamo usato in precedenza, o dal campo collettivo?

E se in questo sistema confluissero anche tutte le informazioni che arrivano dal mondo che sembra essere attorno a noi e separato ma che, in realtà, è connesso a noi con molteplici livelli non consapevoli?

Se valutiamo la risposta affermativa a queste domande, possiamo dire che la più grande risorsa per modificare la nostra vita risiede oltre la mente ed il livello abitualmente consapevole.

 

Quello che sto tentando di descrivere, con i miei limiti, è un sistema integrato di relazione con sé, gli altri e l'ambiente che includa quali elementi basilari proprio quelli che la mente tende ad eliminare.

Nel processo di recupero di questa capacità e di questa interazione si potranno commettere certamente alcuni apparenti errori, frutto di una non completa abitudine a questo sistema, ma che saranno frutto di una irruzione di vecchi modi di pensare in un nuovo modo di scelta.

La dinamica “illusione-delusione” che ci ha accompagnato per tanto ha mostrato come, anche se razionale, porta in sé una grande dose di dolore ed una non efficace utilizzazione delle possibilità che si aprono dinnanzi a noi.

La dinamica “ascolto intuitivo” rimanda ad un concetto che vede tutto interconnesso ed in comunicazione.

Quella trasformazione che avviene quando si osserva qualcosa, con il cambiamento sia dell'osservato ma anche dell'osservatore, rimanda ad un piano di connessione, collegamenti ed interazioni che vanno molto al di là di quello che percepiamo come prodotto finale.

Attraverso l'ascolto intuitivo possiamo iniziare ad esplorare spazi che sono impossibili da raggiungere con la mente e la razionalità.

E' davvero un processo di modifica profondo che permette di far emergere uno stato di coscienza diverso.

Alcuni insegnamenti parlano, giustamente, di rimanere nel presente e non alimentare il persistere dei pensieri nel passato e nel futuro.

In pratica questo tipo di suggerimento permette una amplificazione dell'ascolto di ciò che ci accade ed accade intorno a noi, indirizzando la nostra energia ed attenzione verso il flusso in divenire piuttosto che a sue immagini cristallizzate e parziali.

Non è uno stato abitudinario per chi vive nella civiltà occidentale, poiché avendo appreso sin da subito a relazionarci con immagini cristallizzate, con insegnamenti strutturati e con regole apparentemente fondamentali abbiamo inserito in noi questo modo di procedere.

 

Lo stato di coscienza basato sull'ascolto intuitivo non è di immediata sperimentazione per tempi lunghi ma possiamo iniziare a sperimentarla per tempi limitati.

Man mano che questa sperimentazione ci offre risultati validi, aumenteremo la fiducia in noi stessi ed in questa modalità.

Fare questo si sviluppa di pari passo con la sperimentazione della libertà personale.

 

Persone che operano sul loro sentire saranno imprevedibili, libere e raggiungeranno obiettivi fondamentali per sé in un modo differente.

Nello sperimentare l'ascolto vi saranno momenti di grande conflitto tra la mente che urlerà le sue obiezioni e la “voce interiore” che inizia a trasmettere le proprie informazioni.

Anche questo è parte del processo ma con l'avanzare dei risultati anche la mente si acquieterà.

Si avvierà quindi un processo di integrazione della mente con la parte più profonda di noi operando, così, una riunificazione.

 

COSA ACCADRA'?

 

Le illusioni non saranno più vissute con la medesima frequenza e si saprà operare scelte che alla fine riveleranno una armonia maggiore.

Si risparmierà molta energia che viene dispersa nelle dinamiche di disillusione e dolore che ciclicamente si vivono permanendo nella modalità del pensiero razionale basato su ricordo-previsione-azione.

Sempre più sapremo risuonare con la nostra verità e la verità altrui, creando una maggiore armonia con il processo nel quale siamo inseriti che è molto più ampio di quello percepito.

Il nostro scegliere ed il nostro osservare andrà a modificare la realtà ma lo faremo con una maggiore integrazione con flussi che provengono dal nostro profondo, dal collettivo e dall'ambiente che andranno a modificare letteralmente la nostra interazione con il mondo.

In questa maniera avrete intuito come emergerà la nostra unicità nell'unico e non saremo più incastrati in una dinamica alienante e distruttiva di rincorsa a dei modelli non nostri.

Saremo maggiormente liberi e più capaci di offrire il nostro contributo nella realtà ove siamo.

 

IL SACRIFICIO DI ABRAMO: UN ARCHETIPO SQUILIBRATO CHE POSSIAMO ORA GUARIRE.

 

caravagIsacco

 

Voglio chiudere questa, forse lunga, condivisione con un riferimento biblico.

Non è mia abitudine ma oggi è emerso con potenza dentro di me e sento di poterlo condividere.

Anche chi non crede e non da una importanza a ciò che è scritto nella Bibbia, risente dell'influsso collettivo di determinati archetipi sociali che possono emergere dalla sua lettura e che sono stati rafforzati dalla sua diffusione per molti secoli, all'interno dell'inconscio collettivo.

 

Mi riferisco alla richiesta rivolta da dio ad Abramo, di sacrificio del figlio Isacco.

 

Nel testo leggiamo come dio inizialmente si sia espresso per questo sacrificio direttamente ad Abramo: "Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò".

 

Tutto viene predisposto ma nell'atto, il credente viene fermato dall'angelo: L'angelo disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio"

Il sacrificio diviene, poi, un sacrificio di un animale ed Isacco sopravviverà.

 

Voglio sottolineare un particolare della storia: perchè dio si esprime all'inizio direttamente e poi, per dare il contro-ordine, utilizza un angelo?

Non poteva egli pronunciarsi direttamente come fatto in precedenza?

Questo particolare può iniziare a farci capire che qualcosa sia intervenuto in un processo già in sviluppo.

La domanda che vi pongo è ora: chi era quel dio che ordinava tale sacrificio?

Altra domanda: chi è quell'angelo che ha fermato tale atto?

 

L'ARCHETIPO DEL FEDELE FOLLE

 

Ora potrete contestare che sia difficile pensare a persone che, oggi, ucciderebbero i propri figli in nome di un dio ma voglio suggerire che nella nostra epoca abbiamo semplicemente operato una sostituzione del dio trascendentale con altre divinità: potere, denaro, successo... solo per citarne alcune.

Subiamo l'autorità, subiamo il fascino della ricchezza e subiamo il fascino del successo sociale prostrandoci a loro.

A tutto questo sacrifichiamo non solo i figli, ma anche noi stessi: non trovate?

Cosa può farci rinsavire? Cosa può permettere il risveglio da questa follia?

 

Nell'archetipo il richiamo, il cambiare decisione, non è emerso dalla stessa sorgente che stimola l'iniziale attività di distruzione ed il sacrificio ma da una differente: lo stesso vale nella nostra vita.

 

Quale è questa diversa sorgente? Prendetevi del tempo per individuarla e cercare di definirla.

 

 

La follia che è diffusa nella nostra società occidentale, tecnologizzata ed iper-informatizzata può avere ancora proprio il viso di quell'Abramo che, in preda ad un comandamento esterno a lui, si muove contro ogni principio interiore divenendo un folle omicida.

Se siamo ipnotizzati in tale profondità da aver sacrificato tutto ciò che realmente ha valore nella vita, sull'altare innalzato a queste moderne (ed antiche) false divinità, quale sarà nel nostro tempo il nostro angelo?

 

Non potrebbe essere l'angelo una forza superiore alla voce che dettava il comando?

Non potrebbe essere l'angelo espressione di quella parte di noi che è profondamente connessa all'armonia dell'universo?

 

Suggerisco che sia proprio quella saggezza interiore, che stiamo imparando a liberare dalle catene dell'ipnosi sino ad ora vissuta, a permetterci di non compiere questo assurdo sacrificio e di procedere nella nostra evoluzione.

 

In questo processo possiamo dire che:

 

l'illusione viene riconosciuta come tale;

la propria verità emerge dal profondo;

la fiducia in sé diviene connessione con la saggezza interiore ed universale;

esprimere questa saggezza e questa fiducia nell'azione ci rende più liberi.

 

Alla fine potremo dire che anche l'illusione è parte del processo di crescita e che persino la follia sia servita ma è ora di rinsavire.

 

Il gioco delle illusioni e delle verità è complesso ma navigandoci con coraggio potremo conoscere noi stessi.

 

Chiudo augurandoci che tutti noi possiamo ri-scoprire nel viso dell'angelo il nostro viso.

 

Luca Ferretti

 

www.trasformazioneconsapevole.it

Commenti  

 
#1 manu 2011-12-27 22:26
Bellissimo articolo grazie Luca!
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